Crisi, aporia, germinazione: come nasce la domanda di coaching
Quello del coach è un lavoro allo stesso tempo complesso e meraviglioso. I nostri clienti portano questioni di vita che ci sfidano sempre rivolgendosi al coach più spesso con un problema da superare che con un obiettivo da raggiungere. Un problema che pesa, che genera malessere, frustrazione e sofferenza. Spesso si tratta della ricerca di maggiore senso e significato nella vita, del desiderio di autorealizzarsi, di essere più felici o almeno meno infelici.
Molti di questi problemi nascono da quello che, in termini tecnici, chiamiamo fallimento paradigmatico: concezioni culturali introiettate e personalizzate che in passato erano funzionali, ma che oggi ostacolano i progetti di autorealizzazione. L’impegno del genitore per garantire un futuro sicuro ai figli vacilla quando i figli vogliono una vita felice e significativa e non solo sicura. Il sottrarsi alle relazioni per non soffrire conduce, alla lunga, a solitudine e isolamento o, al contrario, la voglia di amare si trova ad affrontare relazioni sempre più complesse. I sistemi di premi o di pugni sul tavolo non motivano più collaboratori che credono nel loro lavoro e vorrebbero sviluppare le loro potenzialità. Una scelta professionale fondata unicamente sul piacere immediato, nel tempo, si rivela priva di significato così come quella ad alta remunerazione.
Il nostro lavoro come coach è allora un lavoro di innovazione culturale. Il problema posto al coach mette in luce i paradigmi che non funzionano più. Ma non basta riconoscerli e smontarli (pars destruens): serve anche una pars construens, capace di articolare nuove concezioni che diventino modelli operativi per pensare, scegliere e agire. È ciò che chiamiamo ristrutturazione paradigmatica.
Un recente articolo scientifico di Luca Stanchieri, fondatore del Coaching Umanistico e della nostra Scuola ( The Paradigmatic Failure Affecting Coaching Demand ), mi ha portato a riflettere su un punto che ho riscontrato anche con i miei clienti: la domanda di coaching può nascere non solo dal fallimento di un paradigma, ma anche dall’emersione di uno nuovo, il cui significato è acerbo, l’incipit di un testo tutto da scoprire e inventare.
La domanda di coaching, infatti, può manifestarsi in diverse fasi del processo di fallimento/ristrutturazione paradigmatica:
Fase della CRISI – Il paradigma fallito è operante e talmente scontato da non essere messo in discussione.
Fase dell’APORIA – Il paradigma fallito è riconosciuto e messo in discussione, ma resta operante. Si sa cosa non funziona, ma non c’è un’alternativa.
Fase della GERMINAZIONE – Il paradigma fallito è messo in discussione, ma ancora presente, mentre emerge un nuovo orientamento, uno strato pre-paradigmatico, tutto da elaborare e verificare.
Perché il nuovo paradigma non si consolida? Le ragioni possono essere diverse: il paradigma alternativo è troppo generico o preso dall’esterno anziché creato; c’è paura di sentirsi diversi; le condizioni contestuali ostacolano il cambiamento; si crede che basti sapere qual è l’idea sbagliata, o avere una nuova idea, o pensare che il nuovo paradigma sostituisca automaticamente il vecchio.
Ecco perché ricostruire con i clienti la fase in cui si trovano all’interno di questo processo di innovazione culturale è fondamentale: permette loro di prendere coscienza e di acquisire maggiore potere di indirizzo nel cambiamento.
Il lavoro del coach umanista non si limita ad aiutare a superare un ostacolo: è un laboratorio di trasformazione culturale, in cui concezioni che non funzionano più vengono smontate e nuove idee vengono allenate a diventare scopi, valori e significati. Il Coaching Umanistico non è solo una professione, ma un’arte capace di generare cultura, rendendo la vita delle persone più autentica e significativa.
Formarsi come coach umanista non significa semplicemente imparare delle tecniche: vuol dire acquisire un metodo che incide profondamente nella vita propria e in quella degli altri, creando paradigmi nuovi per vivere vite più libere e felici.
Quello del coach è un lavoro allo stesso tempo complesso e meraviglioso. I nostri clienti portano questioni di vita che ci sfidano sempre rivolgendosi al coach più spesso con un problema da superare che con un obiettivo da raggiungere. Un problema che pesa, che genera malessere, frustrazione e sofferenza. Spesso si tratta della ricerca di maggiore senso e significato nella vita, del desiderio di autorealizzarsi, di essere più felici o almeno meno infelici.
Molti di questi problemi nascono da quello che, in termini tecnici, chiamiamo fallimento paradigmatico: concezioni culturali introiettate e personalizzate che in passato erano funzionali, ma che oggi ostacolano i progetti di autorealizzazione. L’impegno del genitore per garantire un futuro sicuro ai figli vacilla quando i figli vogliono una vita felice e significativa e non solo sicura. Il sottrarsi alle relazioni per non soffrire conduce, alla lunga, a solitudine e isolamento o, al contrario, la voglia di amare si trova ad affrontare relazioni sempre più complesse. I sistemi di premi o di pugni sul tavolo non motivano più collaboratori che credono nel loro lavoro e vorrebbero sviluppare le loro potenzialità. Una scelta professionale fondata unicamente sul piacere immediato, nel tempo, si rivela priva di significato così come quella ad alta remunerazione.
Il nostro lavoro come coach è allora un lavoro di innovazione culturale. Il problema posto al coach mette in luce i paradigmi che non funzionano più. Ma non basta riconoscerli e smontarli (pars destruens): serve anche una pars construens, capace di articolare nuove concezioni che diventino modelli operativi per pensare, scegliere e agire. È ciò che chiamiamo ristrutturazione paradigmatica.
Un recente articolo scientifico di Luca Stanchieri, fondatore del Coaching Umanistico e della nostra Scuola ( The Paradigmatic Failure Affecting Coaching Demand ), mi ha portato a riflettere su un punto che ho riscontrato anche con i miei clienti: la domanda di coaching può nascere non solo dal fallimento di un paradigma, ma anche dall’emersione di uno nuovo, il cui significato è acerbo, l’incipit di un testo tutto da scoprire e inventare.
La domanda di coaching, infatti, può manifestarsi in diverse fasi del processo di fallimento/ristrutturazione paradigmatica:
Perché il nuovo paradigma non si consolida? Le ragioni possono essere diverse: il paradigma alternativo è troppo generico o preso dall’esterno anziché creato; c’è paura di sentirsi diversi; le condizioni contestuali ostacolano il cambiamento; si crede che basti sapere qual è l’idea sbagliata, o avere una nuova idea, o pensare che il nuovo paradigma sostituisca automaticamente il vecchio.
Ecco perché ricostruire con i clienti la fase in cui si trovano all’interno di questo processo di innovazione culturale è fondamentale: permette loro di prendere coscienza e di acquisire maggiore potere di indirizzo nel cambiamento.
Il lavoro del coach umanista non si limita ad aiutare a superare un ostacolo: è un laboratorio di trasformazione culturale, in cui concezioni che non funzionano più vengono smontate e nuove idee vengono allenate a diventare scopi, valori e significati. Il Coaching Umanistico non è solo una professione, ma un’arte capace di generare cultura, rendendo la vita delle persone più autentica e significativa.
Formarsi come coach umanista non significa semplicemente imparare delle tecniche: vuol dire acquisire un metodo che incide profondamente nella vita propria e in quella degli altri, creando paradigmi nuovi per vivere vite più libere e felici.
Vi aspettiamo al Percorso d’Eccellenza per Coach Umanisti.
Luna Tovaglieri