Le emozioni non si gestiscono, si liberano
Studi in preparazione del Seminario di approfondimento: l’educazione sentimentale e il coaching.
Gli antichi paradigmi sono duri a morire. Resistono alle innovazioni e alle prove contrarie. Non vogliono essere relegati nel passato. Vogliono il loro spazio nel presente e lo occupano infiltrandosi come agenti sotto copertura in idee che sembrano nuove di zecca.
La gestione delle emozioni è un paradigma che sembra innovativo. Fa parte delle soft skills (termine su cui prima o poi torneremo) che l’Organizzazione Mondiale della Sanità sponsorizza come una competenza utile al benessere mentale e sociale. La gestione delle emozioni si occupa delle emozioni, ci insegna quali sono, ci educa a sentirle, ci invita a governarle. In realtà, in questo paradigma si cela un paradigma molto più antico: il conflitto fra ragione ed emozione.
René Descartes, da noi Cartesio, fu il maestro ispiratore di coloro che esaltarono la ragione contro l’emozionalità. Nell’Ottocento, all’uomo razionale, freddo, padrone di sé, pronto a soffrire senza piangere e a combattere senza paura (lui sì che gestiva le emozioni), si contrapponeva la donna troppo emotiva, instabile, irrazionale, isterica.
Solo negli anni ’90 del secolo scorso, le neuroscienze e le scienze cognitive — grazie a ricercatori come Antonio Damasio, Gerd Gigerenzer e Michael Tomasello — hanno dato uno scossone alla contrapposizione fra ragione ed emozione, affermando che la ragione e le scelte sono sempre e inevitabilmente emozionali e sentimentali.
Eppure, ancora oggi ci lamentiamo che siamo sopraffatti dall’ansia, che i figli non gestiscono la rabbia, che le donne piangono troppo o che gli uomini non sono in contatto con la loro sfera emotiva. Attraverso il paradigma della gestione delle emozioni, continuiamo a fare appello alla volontà per modulare la risposta emotiva.
Le emozioni fanno paura. Temiamo i Bruce Banner che si trasformano in Hulk, i Jack Torrance che ripetono “il mattino ha l’oro in bocca”, i Walter White che diventano i nuovi Heisenberg. Tutti vittime dello stravolgimento emotivo.
In realtà, le nostre emozioni funzionano benissimo senza l’ausilio della volontà. L’illusione di gestirle, modularle o addirittura reprimerle è inutile, impossibile e dannosa. Quando ci proviamo, la paura repressa si trasforma in panico, la rabbia in furia, la tristezza in angoscia, lo stress in ansia generalizzata.
Certo, attraverso la respirazione e altri training ginnici possiamo influenzare le emozioni negative attraverso modificazioni indotte nel corpo; attraverso condizionamenti ridondanti possiamo attenuarne la carica energetica; ma queste soluzioni sono momentanee e, alla lunga, inefficaci. Le emozioni non possono essere incatenate.
Eppure abbiamo paura della paura, della rabbia, dell’invidia, della tristezza e dell’angoscia, perché sono idee di dolore da cui vogliamo sfuggire. Non a caso, la “gestione delle emozioni” riguarda solo la modulazione delle emozioni negative. La gioia, il piacere, la serenità, l’allegria, la meraviglia o la tenerezza non sono soggette agli stessi sospetti e censure.
Le emozioni non sono altro che stati fisiologici predisponenti all’azione. Questi stati fisiologici sono causati dalle idee. Le idee ci permettono di percepire la realtà. Ogni percezione della realtà è soggettiva, persino quella che più si avvicina alla verità. Scandagliamo ogni pezzo del reale in funzione della conservazione, dello sviluppo e della difesa di noi stessi, della nostra vita, del nostro benessere. Le persone, le relazioni, le esperienze con la natura e i contesti sono riportati alla nostra vita.
Gli Stoici chiamavano questo processo oikeiōsis. È un processo che ci ha permesso di sopravvivere come specie. Per questo rappresentiamo e valutiamo il reale (la natura, il corpo, gli altri) attraverso idee, come quelle di bene/male, bello/brutto. Nelle sue infinite sfumature, è “bene” ciò che sviluppa e conserva la nostra autorealizzazione; “male” è ciò che la contrasta o la minaccia. A queste valutazioni seguono le emozioni e le azioni.
L’ansia, ad esempio, non è altro che paura, che predispone alla fuga, all’immobilismo o alla difesa, e deriva da un’idea precisa di male: il pericolo di soffrire. Così la rabbia predispone all’attacco o al contrasto, la tristezza al ritiro e alla richiesta di conforto, il disgusto al rifiuto o all’espulsione, la gioia all’avvicinamento, alla connessione sociale e all’esplorazione.
Ogni emozione è connessa a un’idea di base. La paura all’idea di pericolo, la rabbia al senso di ingiustizia, il disgusto all’idea di tossicità, la gioia all’idea del piacere, la sorpresa all’inatteso. Questa combinazione fra idee ed emozioni è antica quanto la storia della specie. Le emozioni ci hanno predisposto ad azioni immediate che ci hanno garantito l’evitamento del pericolo e l’attrazione per le relazioni di difesa, riparo e sviluppo.
È facile dunque pensare che cambiando le idee, cambiamo le emozioni. Chiunque ha sperimentato la conoscenza di persone all’inizio simpatiche ma poi da evitare; o persone antipatiche che si sono rivelate straordinarie. Cambiando l’idea della persona, cambiamo le emozioni che ci suscita. Il punto allora non è gestire le emozioni, ma le idee.
Ma da dove nascono le idee? Certamente dall’intelligenza, dalla ragione e dall’immaginazione (oltre che dalla cultura, dalle relazioni e dall’apprendimento delle esperienze). Ma cosa muove queste straordinarie facoltà mentali?
Le idee sono ispirate dai sentimenti, che, a differenza delle emozioni reattive e passeggere, sono scelti, strutturati e di lungo periodo. Il nostro attaccamento alla vita, la propensione a volerci realizzare, la tendenza a vivere il bene con gli altri ed evitare minacce e pericoli ci obbliga a tracciare mappature simbolico-affettive che ispirano le idee e le verificano.
I sentimenti, configurati grazie alla coscienza (senza coscienza non ci sono sentimenti), sono funzionali allo sviluppo e alla difesa della nostra vita. Come le idee, anche i sentimenti generano emozioni, ma non vanno confusi. Altrimenti diremmo che una madre che si arrabbia per l’imprudenza del suo bimbo lo detesta.
L’amore, la tenerezza, la lealtà, il senso di giustizia, la misericordia, la solidarietà, il senso di meraviglia, l’ammirazione e la vocazione generano idee e, in linea di massima, stati affettivi positivi, affermativi, piacevoli. Così come l’odio, il rancore, la vergogna, l’inquietudine, il cinismo, l’invidia, la diffidenza e la gelosia ispirano idee e stati affettivi logoranti, distruttivi e spiacevoli.
I sentimenti nei confronti della vita sono definiti sentimenti primari ed ispirano le idee di sé, degli altri e del mondo. I sentimenti primari hanno conseguenze colossali sulle scelte e le condotte di vita.
L’educazione sentimentale non serve a gestire le emozioni, ma a scegliere idee e sentimenti, e a restituirci la libertà di autodeterminare il percorso della nostra esistenza.
Passare dall’illusoria gestione delle emozioni alla più promettente scelta sentimentale è una rivoluzione paradigmatica culturale, pedagogica e psicologica, perché fonda la libertà della nostra autodeterminazione affettiva e ideale.
Vi aspettiamo al SEMINARIO sull’Educazione Sentimentale e il Coaching a settembre 2025.
Coach Umanista e fondatore del Coaching Umanistico


Mi indicate data, costo e modalità di partecipazione a questo corso su emozioni e sentimenti ?
Buongiorno Maurizio, a questo link trova tutte le informazioni: https://www.scuoladicoaching.it/event/seminario-nazionale-i-paradigmi/